BOPHA: LA BAMBINA PIÙ GIOVANE DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA DI DAMNOK TOEK
La storia di Bopha, la più piccola ospite del centro Damnok Toek, sostenuto da Mani Tese, che accoglie bambini vittime di trafficking e in situazioni di difficoltà.
Quello di Poipet è uno dei sei valichi che consentono di oltrepassare la frontiera che divide la Cambogia dalla Thailandia. Ogni anno migliaia di Cambogiani decidono di attraversarla per cercare fortuna nel Paese vicino, spinti dalla speranza e della ricerca di condizioni di vita migliori.
Qui, come spesso accade in zone di confine, dove si ammassano a vivere migliaia di disperati, i trafficanti di esseri umani proliferano, trovando un mercato fertile per le loro attività illecite. Insieme agli adulti, migliaia di bambini si trovano a vivere quest’esperienza traumatica, divenendone le maggiori vittime. Si stima che proprio a Poipet passi circa il 70% dei bambini vittime di tratta, che trovano poi impiego nelle grandi città thailandesi come mendicanti, forza lavoro nei campi o, peggio ancora, nel racket della prostituzione minorile.
Numerosi sono inoltre i bambini che, pur avendo la fortuna di non finire nel circolo del lavoro nero, dell’accattonaggio o della prostituzione, si trovano a essere coinvolti in situazioni ai limiti dell’umano. Una di questi è Bopha (nome di fantasia), la più giovane ospite del centro di prima accoglienza di Damnok Toek sostenuto da di Mani Tese.
Bopha è nata in Thailandia da genitori cambogiani. Subito dopo la sua nascita, la coppia si è separata e la bimba è stata affidata al padre. Per poter provvedere alla sua crescita, il padre di Bopha ha lavorato in condizioni estremamente dure. Ciò nonostante le condizioni di vita si sono rivelate insostenibili, e così ha deciso di fare ritorno in Cambogia, a Battambang, dove, grazie al sostegno ricevuto dalla nonna paterna, la piccola Bopha è cresciuta ed è stata educata. Il padre di Bopha, non riuscendo a guadagnare abbastanza con il suo lavoro di muratore, dopo qualche anno si è trasferito con la figlia a Poipet per tentare di attraversare il confine e tornare in Thailandia.
Lì, è stato catturato dalla polizia di frontiera e arrestatocon l’accusa di migrazione illegale. Bopha è quindi stata accolta nel centro di prima accoglienza di Damnok Toek nell’aprile 2018. Gli operatori riferiscono che quando Bopha è arrivata “soffriva di malnutrizione. Le sue condizioni fisiche non erano normali, era magra e presentava ritardi nello sviluppo. Inoltre, non era mai andata a scuola. All’inizio la bambina era molto timida e presentava disturbi da stress post traumatico. Durante il primo mese è stato molto difficile coinvolgerla nelle attività quotidiane”.
Nel corso dei mesi la situazione è andata però migliorando: Bopha ha imparato a leggere, ha iniziato a interagire con gli altri bambini ospiti del centro e a partecipare alle attività quotidiane. È diventata più sicura di sé, ama in particolar modo ballare e disegnare e, parlando del futuro, ripete spesso che vorrebbe diventare un’insegnante di inglese. Bopha vorrebbe anche avere l’opportunità di vivere con la sua famiglia ma purtroppo le condizioni giuridiche del padre e l’azianità della nonna attualmente non lo consentono.
L’impegno di Damnok Toek è dunque ora rivolto a supportare il padre di Bopha per poterne migliorare le condizioni economiche e favorire così il ricongiungimento con la figlia.
Il percorso per il ricongiungimento probabilmente impiegherà diversi anni prima di potersi concludere ma, nel frattempo, Bopha continuerà a studiare e a essere ospite nei centri di Damnok Toek insieme a tanti altri bambini.
Grazie al sostegno di Mani Tese, il centro di prima accoglienza di Damnok Toek ha già accolto più di 150 bambini, riuscendo a reintegrarne quasi l’80% nelle famiglie d’origine, garantendo loro un futuro sereno e un presente dignitoso.
MOZAMBICO, MANI TESE LANCIA PROGETTO PER SCONGIURARE LA CRISI ALIMENTARE
Dopo il ciclone Idai e le piogge incessanti, la produzione agricola è in ginocchio. La lettera dei nostri cooperanti per chiedere sostegno: “Ripartiamo seminando”.
“Ripartiamo seminando” è il nome del progetto che Mani Tese ha lanciato per far fronte all’emergenza alimentare in Mozambico, nella provincia della Zambezia, dove l’Ong opera già con altri due progetti di cooperazione internazionale.
I cooperanti di Mani Tese nel Paese hanno scritto una lettera per aggiornare l’opinione pubblica sulla situazione e chiedere sostegno per il progetto.
“Il governo provinciale della Zambezia, con cui stiamo collaborando, ci ha chiesto una mano per sopperire all’emergenza alimentare con semi di mais precoce da distribuire nei distretti più colpiti – scrivono Matteo e Federico – Il vostro sostegno è più che mai fondamentale per scongiurare un’imminente crisi alimentare”.
LA SITUAZIONE POST-CICLONE
Nella provincia di Sofala il 13 marzo 2019 si è abbattuto il ciclone tropicale Idai i cui effetti si sono fatti sentire in maniera devastante anche nella confinante provincia della Zambezia, dove Mani Tese interviene, colpendo sia i distretti costieri che quelli più interni.
In Zambezia, messa già in difficoltà dalle abbondanti piogge tropicali che hanno interessato la provincia per tutto il mese di febbraio, si sono aggiunti gli effetti devastanti del ciclone, che, con il forte vento e le piogge torrenziali, hanno fatto esondare numerosi fiumi, distrutto le produzioni agricole e costretto le popolazioni locali ad allontanarsi dalle loro abitazioni per raggiungere luoghi più sicuri, come scuole e magazzini.
Tantissimi i distretti colpiti e numerose le comunità ancora isolate, in particolare, nel distretto di Morrumbala, Maganja da Costa e nei due distretti in cui opera Mani Tese, Nicoadala e Namacurra.
Nel distretto di Nicoadala l’esondazione del Rio Licuar e dei suoi principali affluenti ha spazzato via case, scuole e campi coltivati.
“Nelle comunità di Nicoadala più di 80 famiglie vivono nelle tende messe a disposizione da UKAid poiché le loro case sono state letteralmente spazzate via dalla piena di alcuni affluenti del fiume Licuar o crollate sotto il peso incessante dell’acqua”spiegano Matteo e Federico.
L’EMERGENZA ALIMENTARE
Secondo quanto riportato dal governo provinciale della Zambezia la produzione di mais, manioca e batata (principalmente prodotta in questi distretti), base dell’alimentazione delle popolazioni nelle aree rurali, sarà insufficiente a coprire il fabbisogno della Provincia. A questo si somma l’inflazione delle derrate alimentari, in particolare l’aumento del prezzo della farina di mais e del riso, che mette a serio rischio la sicurezza alimentare dell’intero Paese.
“Il 70% della produzione di mais dei nostri campi è andata persa così come il 60% della produzione di fagioli– scrivono i cooperanti di Mani Tese – Arachidi e sesamo hanno subito perdite consistenti per asfissia radicale (assenza di ossigeno dovuta all’eccesso di acqua nei campi). Molti campi ancora oggi sono sott’acqua. La manioca e la batata, tuberi tradizionalmente di base dell’alimentazione qui in Mozambico, hanno subito danni legati a marcescenza”.
IL PROGETTO DI MANI TESE
Il progetto “Ripartiamo seminando” ha l’obiettivo di acquistare e distribuire semi di mais a ciclo corto e ortaggi per 400 famiglie per la seconda campagna agricola (da aprile a luglio) per sopperire alla mancata produzione della prima epoca (da novembre ad aprile). Oltre alla distribuzione di semi per 400 famiglie, le attività prevedono anche l’introduzione di tecnologie tradizionali di origine brasiliana per l’essicazione della manioca (per evitare che il prodotto, già affetto da fenomeni di marcescenza in seguito alle abbondanti piogge e all’eccessiva umidità del terreno, venga consumato avariato), la produzione di grattugie artigianali per ottenere parti piccole di prodotto che possa essere seccato in tempi brevi o lavorato per ottenere la tapioca e l’essicazione della farina.
È possibile effettuare una donazione per il progetto d’emergenza sul sito di Mani Tese.
IN MOZAMBICO L’EMERGENZA CONTINUA: LA LETTERA DEI NOSTRI COOPERANTI
In Zambezia, dopo il ciclone Idai e le piogge incessanti, la produzione agricola è in ginocchio. I nostri cooperanti lanciano dal Mozambico un appello a sostenere il nostro progetto “Ripartiamo seminando” per far fronte all’emergenza alimentare.
Ciao a tutti e a tutte,
Il sole è tornato a splendere in Zambezia e le acque lentamente si stanno ritirando.
Siamo pronti a riprendere in mano le attività dei nostri progetti e a far fronte ai molteplici danni nei distretti in cui lavoriamo: Mocubela, Quelimane, Namacurra e Nicoadala.
A Mocubela, dove Mani Tese sta già operando con il “Progetto Foreste”, le piogge hanno causato danni alla produzione nei campi agricoli, hanno fatto crollare alcune case degli agricoltori e danneggiato le strutture zootecniche costruite da Mani Tese.
Molti campi, realizzati nelle vicinanze dei corsi d’acqua per poter essere irrigati, sono stati sommersi e le colture spazzate via dalla corrente. La pioggia ha inoltre rovinato le derrate agricole alla base della dieta mozambicana, come manioca, patata dolce e mais.
Molti manufatti in cemento e argillacotta delle strutture zootecniche dovranno essere ricostruiti da zero.
Fortunatamente diversi villaggi stanno impiegando i semi che erano stati immagazzinati dal raccolto precedente a seguito del corso di formazione realizzato da Mani Tese, che ha sensibilizzato le comunità a non vendere subito tutto il raccolto e a conservarne una parte per la nuova semina.
Il mese di aprile sarà dunque molto impegnativo per Mani Tese: insieme agli agricoltori inizieremo o porteremo a termine una seconda semina nelle comunità più colpite per scongiurare l’imminente crisi alimentare e per ricostruire, o concludere, i pollai e le stalle che hanno subito una battuta d’arresto.
Nelle comunità di Quelimane, Namacurra e Nicoadala, dove Mani Tese è presente con il progetto “Quelimane agricola”, siamo finalmente riusciti ad accedere a tutti i campi e ad alcune comunità che erano rimaste isolate fino ad ora a causa dell’eccesso di acqua e fango.
Il 70% della produzione di mais dei nostri campi è andata persa così come il 60% della produzione di fagioli. Arachidi e sesamo hanno subito perdite consistenti per asfissia radicale (assenza di ossigeno dovuta all’eccesso di acqua nei campi).
Molti campi ancora oggi sono sott’acqua.
La manioca e la batata, tuberi tradizionalmente di base dell’alimentazione qui in Mozambico, hanno subito danni legati a marcescenza.
In questi giorni quel poco di prodotto recuperato – anche purtroppo quello avariato – viene raccolto e seccato come meglio si riesce per evitare di non avere niente da mangiare nei prossimi mesi.
Per questo motivo, abbiamo programmato delle formazioni extra rivolte agli agricoltori per la conservazione e la selezione della manioca.
Nelle comunità di Nicoadala più di 80 famiglie vivono nelle tende fornite da UKAid poiché le loro case sono state letteralmente spazzate via dalla piena di alcuni affluenti del fiume Licuar o crollate sotto il peso incessante dell’acqua, che ha inoltre provocato danni a una cisterna di raccolta dell’acqua piovana, creando delle crepe e delle perdite di acqua. Stiamo aspettando che il terreno si asciughi per rimediare anche a questo.
Il governo provinciale della Zambezia, con cui stiamo collaborando, ci ha chiesto una mano per sopperire all’emergenza alimentare con semi di mais precoce da distribuire nei distretti più colpiti.
Il vostro sostegno è più che mai fondamentale: se riuscissimo ad aumentare la quantità di semi da mettere a disposizione dei contadini, potremmo rafforzare la seconda semina e scongiurare un’imminente crisi alimentare.
Matteo, Federico e lo staff di Mani Tese Mozambico
Le 10 indispensabili cose da sapere per affrontare con cognizione di causa un dibattito sulle Organizzazioni Non Governative.
di Elias Gerovasi, Responsabile Progettazione e Innovazione di Mani Tese
Le ONG sono colluse con gli scafisti e favoriscono l’immigrazione illegale? Senza ONG arriverebbero meno migranti? Ci sarebbero meno morti in mare? Chi finanzia le ONG? Sono alcune delle domande e critiche più frequenti nel dibattito attuale sulle ONG a cui Mani Tese ha tentato di dare una risposta concisa e puntuale attraverso un mini dossier suddiviso in 10 domande che spiega in modo semplice e chiaro chi sono e cosa fanno le ONG, qual è il loro rapporto con la migrazione e da dove arrivano le risorse che impiegano per finanziare i propri progetti.
1. Che cosa vuol dire ONG?
ONG sta per Organizzazioni Non Governative: le ONG sono organizzazioni private non aventi fini di lucro, indipendenti dai governi e dalle loro politiche che ottengono almeno una parte significativa dei loro introiti da fonti private, per lo più da donazioni. Perseguono obiettivi di utilità sociale e cause politiche in vari settori, tra i più comuni troviamo la tutela dell’ambiente, la difesa dei diritti umani, la protezione delle minoranze e di specifiche categorie, la cooperazione allo sviluppo e l’aiuto umanitario.
L’espressione “organizzazione non governativa” compare per la prima volta nel 1945 nell’articolo 71 della Carta costituzionale dell’ONU che prevede infatti la possibilità che il Consiglio Economico e Sociale possa consultare “organizzazioni non governative interessate alle questioni che rientrano nella sua competenza”.
Le ONG possono avere diverse forme giuridiche a seconda delle legislazioni nazionali. La maggior parte sono costituite sotto forma di associazione o fondazione.
Nonostante la loro indipendenza dagli Stati e dagli organi sovranazionali, le ONG possono collaborare con le istituzioni pubbliche e ricevere contributi e/o finanziamenti per svolgere le loro attività statutarie.
2. Chi sono le ONG in Italia?
Nel nostro paese l’acronimo ONG si usa prevalentemente con riferimento alle organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario. Questo perché l’unico riferimento normativo in Italia era la legge 49 del 1987 “Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo” che all’articolo 28 normava il “Riconoscimento di idoneità delle organizzazioni non governative”. Era compito del Ministero degli Affari Esteri concedere una specifica idoneità di organizzazione non governativa: le ONG riconosciute idonee erano 232 organizzazioni.
A partire dal 1 gennaio 2016 la legge 49 è stata abrogata in favore della riforma della Cooperazione allo sviluppo emanata con la legge 125 del 2014. Questa nuova legge ha eliminato il riconoscimento di idoneità delle ONG istituendo in sostituzione un elenco delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) ed altri soggetti senza finalità di lucro attive nella cooperazione allo sviluppo. L’iscrizione a questo specifico elenco è gestito dall’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo). Alla data odierna sono 227 le organizzazioni iscritte.
Mani Tese, per esempio, è costituita come associazione dal 1964 proprio per fare cooperazione allo sviluppo. Dapprima è stata riconosciuta idonea come ONG ai sensi della legge 49/87 e oggi è iscritta all’elenco delle OSC detenuto dall’AICS.
Nonostante questo in Italia la popolarità della parola ONG è molto recente e strettamente legata al caso delle organizzazioni di vario tipo che hanno operato in attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo e alle successive polemiche e strumentalizzazioni politiche e mediatiche.
I nostri collaboratori in Guinea-Bissau (Credits: Mirko Cecchi)
3. Le ONG sono colluse con gli scafisti e favoriscono l’immigrazione illegale?
Tra le accuse rivolte alle ONG che hanno operato in attività di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo c’è anche quella di collusione con le organizzazioni criminali di trafficanti di uomini e donne che, tra le varie cose, organizzano le traversate in mare dei migranti dalle coste libiche all’Italia.
Dopo circa un anno di proclami, accuse e minacce da parte di esponenti della politica e della magistratura le attività di alcune ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio sono finite sotto inchiesta da parte della magistratura con l’accusa di favoreggiare l’immigrazione clandestina.
A oggi nessun procedimento delle procure di Trapani, Catania, Ragusa e Palermo ha potuto dimostrare una collusione tra le organizzazioni e gli scafisti. La maggior parte delle inchieste aperte sono state archiviate con il dissequestro delle imbarcazioni delle ONG.
4. Le ONG soccorrono i migranti per lucro?
Il costo delle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo effettuata dalle organizzazioni sopra elencate è stato totalmente a carico delle stesse organizzazioni. Nessuna di queste risulta aver ricevuto fondi pubblici a questo scopo.
Le ONG impegnate nei soccorsi non gestiscono centri di accoglienza in Italia e non accedono in nessun modo ai finanziamenti che il governo italiano riconosce alle organizzazioni che assistono i migranti e richiedenti asilo. È davvero improbabile quindi poter sostenere che ci sia un interesse delle ONG all’aumento dei numeri di migranti presenti sul territorio italiano.
Al contrario bisogna considerare che il costo sostenuto dalle ONG in questi anni di impegno in mare ha fatto risparmiare risorse importanti alle autorità italiane impegnate nelle attività di soccorso. Questo costo è stato quantificato in quasi un miliardo di euro.
5. Senza ONG arriverebbero meno migranti?
Basta analizzare le statistiche negli ultimi 5/6 anni per capire che la presenza delle ONG non è un fattore determinante che può far aumentare o diminuire il numero delle persone in mare. Bisogna infatti considerare che le operazioni delle ONG sono iniziate nel 2015 quando i flussi nel mediterraneo era già altissimi e hanno contribuito a mettere in salvo circa un terzo dei naufraghi. I restanti due terzi sono stati portati in salvo dalla guardia costiera e da altre imbarcazioni private.
Le cause che governano i flussi migratori sono invece da ricercare nei Paesi di partenza e di transito, come la Libia, dove sono le condizioni politiche e gli interessi delle organizzazioni di trafficanti a determinare le partenze.
Il motivo determinante che ha fatto crollare il numero di partenze a partire dal 2018 è invece legato alla politica messa in campo dal governo italiano a partire dall’estate 2017. L’Italia ha infatti siglato degli accordi controversi con la Libia (e con il Niger) che replicano in qualche modo il modello già utilizzato nel 2016 dall’Unione Europea con la Turchia: dare soldi e altre forme di sostegno in cambio di un’azione di contrasto delle partenze.
6. È vero che ci sono meno morti nel Mediterraneo da quando non ci sono più (o quasi più) le ONG?
Secondo i dati ufficiali dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), nel 2018 in Europa sono arrivati dal Mediterraneo 139.300 migranti, un calo di circa il 20 per cento rispetto ai 172.324 del 2017. Una diminuzione ancora maggiore degli sbarchi si è registrata in Italia. Nel 2018, gli arrivi via mare nel nostro Paese sono stati 23.370, un calo di oltre l’80 per cento rispetto ai 119.369 dell’anno prima.
A questa riduzione è corrisposto anche il calo del numero totale dei morti in mare. L’anno scorso, in tutto il Mediterraneo, l’UNHCR ha registrato 2.275 persone che hanno perso la vita o sono finite disperse, una diminuzione di circa il 28 per cento rispetto al 2017 (3.139). Discorso analogo vale per l’Italia: nel 2018, nella rotta centrale del Mediterraneo, sono morte 1.311 persone, meno della metà di quelle del 2017 (2.837).
Eppure oggi più che mai, la rotta del mar Mediterraneo è la più letale al mondo per i rifugiati ed i migranti. La riduzione delle capacità di ricerca e soccorso, insieme ad una risposta agli sbarchi non coordinata né prevedibile, ha portato ad un aumento del tasso di mortalità. Sulla rotta dalla Libia all’Europa, per esempio, il tasso di mortalità è passato da una vittima ogni 38 persone arrivate nel 2017 a uno ogni 14 nel 2018.
Da quando le ONG hanno dovuto sospendere le operazioni di SAR, la Guardia costiera libica ha progressivamente incrementato le proprie operazioni col risultato che l’85% delle persone soccorse o intercettate nella zona libica di ricerca e soccorso, di nuova istituzione, sono state fatte risbarcare in Libia, dove sono state detenute in condizioni tremende.
7. Perché le ONG non aiutano i migranti direttamente in Libia prima che partano?
Bisogna premettere che La Libia vive ormai da anni una situazione di forte instabilità politica, a causa di guerre e tensioni interne tra le decine di milizie che controllano il territorio. La situazione della sicurezza è instabile, imprevedibile e sta limitando l’accesso delle agenzie umanitarie così come quello dei media.
Le ONG non possono accedere in Libia se non previo accordo con le autorità di quel paese. A seguito dei contestati accordi tra Italia e Libia il governo libico ha permesso all’Italia di far arrivare il sostegno delle ONG ad alcuni centri di detenzione di migranti nel paese. Sono sette le organizzazioni non governative italiane che hanno aperto dei progetti finalizzati a migliorare le condizioni delle persone migranti nei centri consentiti dal governo libico (Tareka Al Sika, Tarek Al Matar e Tajoura) con risorse stanziate dall’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. Si tratta di Cesvi, Cir (Consiglio italiano per i rifugiati), Cefa (Comitato europeo per la formazione e l’agricoltura), Gus (Gruppo umana solidarietà), Helpcode, Emergenza Sorrisi e Fondazione Albero della Vita. Queste ONG non possono comunque inviare personale italiano in loco se non per brevi missioni. Le attività in loco sono quindi svolte da personale locale o organizzazioni partner libiche.
8. Chi finanzia le ONG?
La maggior parte delle ONG operano grazie a una combinazione di finanziamenti privati e pubblici. Per finanziamenti privati si intendono le donazioni liberali di individui, organizzazioni, benefattori, filantropi e/o aziende. I finanziamenti pubblici sono invece contributi alla realizzazione di specifici progetti ad opera di istituzioni quali Unione Europea, agenzie delle Nazioni Unite, Ministeri, enti locali, agenzie governative, ecc.
Secondo i dati del portale Open Cooperazione aggiornati nell’ultimo triennio le principali ONG italiane hanno in media il 55% di entrate da donatori istituzionali e il restante 45% da fondi raccolti da donatori privati. I dati mostrano che i donatori pubblici più rilevanti per le ONG italiane sono (in ordine di importanza) il MAECI/AICS, la UE, Regioni ed enti locali, agenzie delle Nazioni Unite e ECHO. Le fonti più importanti di donazioni da privati sono (in ordine di importanza) gli individui, le fondazioni, le aziende, le chiese e il 5×1000. Esistono alcune organizzazioni che per scelta non utilizzano nessun finanziamento pubblico, operando quindi solo grazie a donazioni private.
9. Dove vanno a finire i soldi delle ONG?
Le risorse delle ONG vengono spese da ogni organizzazione per realizzare la propria missione statutaria generalmente attraverso la realizzazione di progetti. Una parte dei fondi vengono impegnati nel funzionamento della struttura operativa e in attività di comunicazione e raccolta fondi. Il 33% delle ONG italiane impiega oltre il 90% delle sue risorse nella realizzazione della propria missione. Il 38% ne impiega tra l’80 e il 90%. La maggior parte delle organizzazioni (62%) spende in comunicazione e raccolta fondi meno del 5% delle proprie risorse finanziarie.
10. Le ONG sono poco trasparenti?
Le ONG esistono grazie alle donazioni da parte di individui o ai contributi delle istituzioni. È quindi loro massimo interesse essere trasparenti e mantenere una buona reputazione con il pubblico. Più sono note e visibili all’opinione pubblica e più dovranno rendere conto delle proprie attività altrimenti i sostenitori smetteranno di finanziarle. La quasi totalità delle organizzazioni pubblica regolarmente sul proprio sito internet un rapporto annuale delle attività e il bilancio economico redatto secondo lo standard europeo in vigore. L’80% delle ONG italiane fa certificare il proprio bilancio da auditor esterni certificati.
In Italia nessuna realtà pubblica o privata è più trasparente delle ONG. A dimostrarlo sono soprattutto i fatti. Provate per esempio a cercare un rapporto di attività e un bilancio economico di un ente dello stato, di un partito politico, di una istituzione religiosa, di una azienda. Vi renderete conto che nessuno di questi attori mette a disposizione i dati al pubblico come fanno la stragrande maggioranza delle ONG italiane.
A partire da quest’anno inoltre, per effetto della riforma del Terzo Settore, in Italia è obbligatorio che ogni organizzazione pubblichi sul proprio sito la lista dettagliata dei finanziamenti ricevuti nell’anno solare precedente dalla pubblica amministrazione. Un’ulteriore garanzia di trasparenza che consente a chiunque di verificare la provenienza dei fondi pubblici che ogni ONG riceve.
Inoltre, le ONG iscritte all’elenco elenco delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) attive nella cooperazione allo sviluppo gestito dall’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo), devono sottoporre all’Agenzia stessa un rapporto annuale che viene verificato per rinnovare la propria iscrizione all’elenco stesso.
CICLONE IDAI: AIUTACI A GARANTIRE LA SICUREZZA ALIMENTARE DELLE POPOLAZIONI COLPITE
In Mozambico, nella regione della Zambezia, le scorte alimentari si stanno esaurendo: occorrono nuove sementi per far fronte all’emergenza
Siamo vicini in questo momento di estrema sofferenza alla popolazione e agli amici che lavorano nella regione di Sofala e in particolare di Beira, in Mozambico.
In questi giorni continua a piovere ma le condizioni stanno lentamente migliorando anche se ormai quasi il 90% della città di Beira è stato devastato dal ciclone, che secondo le Nazioni Unite potrebbe essere «uno dei più gravi disastri ambientali ad aver colpito l’emisfero meridionale» (Aggiornamenti su:https://news.un.org/en/tags/mozambique).
Il Consiglio dei Ministri mozambicano ha decretato lo stato di emergenza nazionale e proclamato tre giorni di lutto nazionale in solidarietà alle vittime provocate dal ciclone, a partire dal 20 marzo 2019.
La situazione in Zambezia
In Zambezia, seppur il ciclone non ha avuto gli stessi effetti, il forte vento e le piogge torrenziali hanno fatto esondare numerosi fiumi costringendo le popolazioni locali ad allontanarsi dalle loro abitazioni per raggiungere luoghi più sicuri. Nei giorni prima del ciclone infatti, come avevamo riportato, numerosi erano già i danni subiti alle abitazioni e alle coltivazioni. Tantissimi i distretti colpiti in questa regione e numerose ancora le comunità isolate in particolare nel distretto di Morrumbala, Maganja da Costa e i due distretti in cui opera Mani Tese: Nicoadala (in foto, dal “il post”) e Namacurra.
Allo stato attuale moltissimi fiumi sono sopra il livello massimo di sicurezza e le piogge continuano a colpire le due regioni.
Emergenza scorte alimentari
Mani Tese sta in queste ore collaborando con il governo ed in particolare con la Direzione Provinciale dell’Agricoltura, insieme con l’Unione dei Contadini della Zambezia (UPC-Z), per verificare i danni reali e per far ripartire nel più breve tempo possibile la seconda epoca di semina nelle comunità colpite.
Le scorte alimentari infatti stanno terminando ma la forza di questo popolo, dei suoi uomini e delle sue donne, sarà il motore della ripresa di questo grave disastro ambientale.
Ad aprile riprenderemo la semina dei principali cereali utilizzando varietà migliorate a ciclo corto (ossia resistenti alla siccità) e ortaggi che possano garantire, seppur a livelli minimi, la sicurezza alimentare di queste comunità.
Aiutaci ad acquistare nuove sementi per risollevare la produzione agricola e garantire la sicurezza alimentare delle popolazioni colpite con una donazione da effettuare nelle seguenti modalità:
– bonifico bancario intestato a Associazione MANI TESE ONG Onlus presso banca Popolare Etica (IBAN: IT 57 F 05018 01600 000010203040)
oppure
– CCP, Conto Corrente Postale: n° 291278 intestato a Associazione Mani Tese ONG ONLUS , P.le Gambara 7/9, 20146 Milano
Negli otto orti comunitari delle regioni di Gabu e Bafata che stiamo seguendo, i lavori per questa transizione sono iniziati già a ottobre, con la costruzione dei pozzi e delle recinzioni. Stanno ora continuando con le formazioni sulla produzione di compost migliorato e di bio-repellenti, impartite da Braima, Delmina e Gilberto, responsabili di Mani Tese per il sostegno agli orti.
Le formazioni sono molto pratiche: le donne e i giovani dei villaggi partecipano con attenzione e preparano il compost. Vengono utilizzati solo prodotti locali, presenti in tutti i villaggi: la materia organica (letame, foglie, resti di ortaggi ecc.) si trasformerà in un ottimo fertilizzante. Produrre del compost di buona qualità è la base per ottenere dei terreni ben strutturati e fertili.
Anche per i bio-repellenti vengono usati solo materiali locali: tabacco, peperoncino, aglio, piante medicinali. Grazie ai macerati prodotti sarà possibile ridurre al minimo gli attacchi agli ortaggi da parte degli insetti.
Il processo di transizione verso l’agroecologia sta portanto buoni frutti e speranze per il futuro. La pensa così anche Fatumata, una delle beneficiarie del progetto, che racconta: “Grazie a queste formazioni e all’accompagnamento costante degli animatori di Mani Tese riusciamo a produrre ortaggi sia per la nostra famiglia che per la vendita. Siamo veramente contenti!”
Benin: la marcia delle donne che celebra la loro nuova autonomia
A Tampégré l’incredibile corteo spontaneo organizzato dalle coltivatrici e trasformatrici destinatarie dei progetti di Mani Tese per celebrare un’emancipazione frutto di dieci anni di cooperazione.
È davanti alla scuola pubblica elementare di Tampégré, un villaggio del comune di Toucountouna nel dipartimento dell’Atacora in Benin, che le donne di cinque gruppi, facenti parte dell’Unione Cooperativa delle donne trasformatrici di manioca, sostenuta da Mani Tese, hanno aperto la grande festa della manioca, organizzata l’8 marzo in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
Indossando magliette realizzate per l’evento, le donne hanno dato il via a un corteo gremito e pieno di colori, di tuberi e di foglie di manioca.
«DONNE DEGNE E CONSAPEVOLI DEI NOSTRI DIRITTI E DOVERI: la fierezza di contribuire alla realizzazione delle nostre famiglie» è stato lo slogan del corteo. Una “fierezza” condivisa anche dal Capo del Villaggio di Tampegré, che si è congratulato con le donne per il loro impegno. È grazie a loro, infatti, che il villaggio ha potuto sconfiggere la fame.
Oltre alle organizzatrici, al corteo hanno sfilato anche Achille Tepa, Rappresentante di Mani Tese in Benin, una delegazione del Consiglio Comunale di Toucountouna (comune di cui fa parte il villaggio di Tampegré) e una consistente delegazione di donne di altri gruppi, venute dai villaggi di Kouba, Maka, Tigninti, Koussocoingou e dalla cittadina di Toucountouna.
Un’esplosione femminile ha percorso la strada principale che attraversa tutto il villaggio, con canti, danze e grida di gioia, per celebrare la manioca, preziosa risorsa che viene trasformata in Garì (farina simile al cous cous) e grazie alla quale oggi le donne possono festeggiare la propria autonomia.
Dopo circa due ore di spettacolo offerto ai passanti, affascinati dall’ardore delle donne e dalla folla impressionante, il corteo si è concluso all’interno del Centro di Promozione Rurale di Tampegré.
Pauline N’tcha,Presidente del comitato organizzatore del corteo, si è congratulata con le donne che hanno accettato di unirsi nell’organizzazione di questa festa. Ha raccontato la storia della collaborazione tra le donne e Mani Tese nel corso degli anni e ha concluso affermando che questa festa ha voluto essere il segno della loro riconoscenza nei confronti dell’Ong. Pauline ha infine esortato tutte le donne a unirsi a loro per portare avanti la lotta per la completa autonomia della donna.
Yoroto Yoro, laPresidente dell’Unione Cooperativa delle donne trasformatrici di manioca, ha espresso la grande soddisfazione delle donne dei gruppi di Tampegré per i risultati del progetto di Mani Tese, che ha permesso di valorizzare il ruolo della donna all’interno del villaggio. “Oggi grazie ai ricavi delle loro attività – ha dichiarato Yoroto– le donne riescono a contribuire alle spese della famiglia, a sostenere l’istruzione dei figli e a soddisfare i propri bisogni personali. Forti di tutto questo, oggi sono tenute in maggior considerazione dai loro mariti e da tutto il villaggio”.
L’impegno di Mani Tese
Negli ultimi dieci anni Mani Tese in Benin ha sostenuto le associazioni e i gruppi di donne dell’Atacora promuovendo, in particolare, le attività di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli locali, fra cui soprattutto la manioca. Queste attività hanno permesso alle donne di sviluppare in autonomia un’attività economica che genera reddito e riconoscimento sociale nelle comunità di appartenenza.
Achille Tepa, Rappresentante di Mani Tese in Benin, si è detto profondamente commosso da questa iniziativa spontanea: “Con questo evento le donne di Tampegré e tutte le altre donne dei gruppi venute a sostenerle hanno lanciato un segnale forte. Grazie a questa iniziativa, mi sono potuto rendere conto dell’utilità di tutto il lavoro che è stato fatto con loro, in particolare quello della formazione, della costruzione di infrastrutture, dell’acquisto di equipaggiamenti e attrezzature ed infine della facilitazione per permettere loro di ottenere microcrediti per il finanziamento delle loro attività”.
Achille ha inoltre colto l’occasione per ricordare la necessità di scolarizzare i bambini e, in particolare, le bambine: “La lotta di domani sarà la lotta delle persone istruite e consapevoli. Occorre quindi che le bambine siano ben preparate per poter proseguire questo processo di emancipazione”.
Nonostante i grandi passi avanti delle donne verso l’autonomia, infatti, permangono ancora diverse lacune sul piano dell’educazione e sui diritti. Per questo motivo, Achille Tepa, durante la celebrazione dell’8 marzo, ha presentato il Manuale di educazione civica per le donne curato da Mani Tese nell’ambito del progetto “Scuola, diritti e agroecologia per le bambine e le donne del Benin”.
“Questo manuale – ha spiegato Achille – servirà come supporto allo svolgimento delle sessioni di educazione civica organizzate da Mani Tese rivolte alle donne dei gruppi per il rafforzamento dell’esercizio dei loro diritti e doveri”.
Le donne di Tampégré, al termine della cerimonia, hanno offerto a tutti un pasto, a seguito del quale le presidenti dei gruppi, una dopo l’altra, hanno preso la parola lanciando la proposta di rendere questa bellissima iniziativa una ricorrenza annuale.
FRIDAYS FOR FUTURE: IN MOZAMBICO PER MANI TESE OGNI GIORNO È IL 15 MARZO
di Matteo Anaclerio, Coordinatore Progetto “Quelimane Agricola” in Mozambico “La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Non possiamo risolvere una crisi senza […]
di Matteo Anaclerio, Coordinatore Progetto “Quelimane Agricola” in Mozambico
“La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso.
Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come una crisi: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema. Non siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo.”
Prendiamo spunto dalle parole di Greta Thunberg alla COP 24 per unirci anche noi nella protesta di questo 15 marzo: lo sciopero mondiale per il futuro.
E qui in Mozambico, come in molti altri paesi, Mani Tese lavora ogni giorno per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, per contrastare fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e il disboscamento, proponendo pratiche agroecologiche di produzione e buone pratiche agricole per assicurare il diritto al cibo, sano e giusto e sostenibile per i contadini e per l’ambiente.
Essere amici dell’ambiente, oggi più che mai, è essere amici di se stessi. Il nostro futuro dipende da quello che facciamo oggi e che faremo domani.
Madre Teresa, nella sua saggezza diceva: “Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe.” È il momento di assumerci le nostre responsabilità, di essere gocce coscienti, per formare un nuovo oceano e lottare perché i diritti della Terra siano i nostri.